Twitter bloccato in Turchia: minaccia di sicurezza per il premier Erdogan

La Turchia blocca Twitter additandolo come pericolo per la sicurezza nazionale, quando invece la motivazione principale è quella di tagliare le comunicazioni all'interno del popolo in rivolta e verso/dall'esterno

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    Il premier Recep Tayyp Erdogan ha ufficialmente bloccato Twitter in Turchia dopo la minaccia di censurare anche Youtube, Facebook e gli altri social network che danno voce al popolo permettendo uno scambio a doppia via con il mondo. “Non mi interessa il parere della comunità internazionale – ha commentato il capo del governo di Ankara – estirperemo Twitter perché è un pericolo contro la sicurezza nazionale“. Non è la prima volta che il SN dei 140 caratteri viene censurato per tappare le comunicazioni all’interno di una rivolta intestina – vedi in Iran o in Egitto ad esempio – e anzi si può quasi considerare come una triste conferma di caduta della democrazia. Ovviamente lo staff del social network non ha accettato la decisione in silenzio e sta fornendo istruzioni su come continuare a accedere aggirando il blocco scopriamo tutto insieme.

    Per sua stessa natura, Twitter è il social network dell’immediatezza e della comunicazione globale in mobilità. Prima nato attraverso messaggi pubblicabili dal cellulare ha poi sfruttato appieno la rete e la sua evoluzione diventando uno dei SN principi sugli smartphone. Amatissimo da celebrità e da organi istituzionali, è diventato sostituto di comunicati stampa e ogni tweet – messaggio di 140 caratteri massimo – è paragonabile a una dichiarazione ufficiale. E quando un evento imperversa, non solo nel mondo digitale, ma soprattutto in quello reale, si può partecipare al dialogo collettivo con computer, smartphone, tablet usando gli hashtag ossia etichette contraddistinte dal cancelletto # per entrare in una arena potenzialmente planetaria. Almeno finché non si chiudono i lucchetti delle censure.

    È accaduto in Egitto durante la primavera araba e anche in Iran ed è accaduto di nuovo anche in Turchia con il leader del governo Erdogan che ha mantenuto – ahinoi – le promesse. Ha definito Twitter un pericolo, una minaccia di sicurezza e così ha tagliato le comunicazioni tra cittadini che, ora come ora, non possono proprio accedere alla piattaforma. Anzi sì, con un po’ più di fatica è ancora possibile. L’azione di censura governativa è stata immediata e inappellabile perché partita dall’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione che può scavalcare qualsiasi eventuale procedimento preliminare. Ma la rete non si ferma.

    Dato che i provider hanno dovuto bloccare necessariamente l’accesso, c’è chi ha sfruttato i ben noti modi per utilizzare diversi Dns o mascherando l’IP e dunque fingendo di star navigando non dalla Turchia ma dall’esterno. Di certo tutto diventa più difficile, ma si apre un piccolo spiraglio di luce nel buio della censura. Spesso si considerano i social network come una mera perdita di tempo e in parte è anche vero, ma non si deve dimenticarne la loro natura importantissima di collegamento (come da nome) sociale che consente di comunicare in tempo reale condividendo non solo pensieri e opinioni ma anche informazioni potenzialmente salvifiche, denunciando atti di violazione della libertà, pubblicando foto e video che raccontano di come una popolazione può essere tragicamente oppressa dal proprio stesso governo in modo codardo.