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Impianto cerebrale per recuperare i ricordi dimenticati

I ricordi dimenticati come si possono recuperare? Con l’aiuto di foto o filmati, di racconti di persone con le quali li abbiamo condivisi o ancora concentrandosi e rilassandosi provando a entrare nel nostro io più profondo. Ma se abbiamo subito un trauma al cervello è praticamente impossibile andare a “restaurare” ciò che è andato danneggiato a livello fisico. Eppure, dalla DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), si sta studiando uno speciale tipo di impianto cerebrale a diretto contatto con il cervello che funziona come una sorta di sistema di backup. Chiamato RAM (Restoring Active Memory), una volta installato può andare a registrare i ricordi e a re-immetterli in caso di danno. Ok tutto molto bello, ma siamo solo a livello concettuale, quando sarà messo in pratica?

Siamo ancora distanti visto che si deve prima riuscire a decifrare correttamente ciò che viene elaborato dal nostro computer naturale, eppure già qualcosa si muove. Peccato che però potrebbe essere applicato solo a livello militare, come molte tecnologie (vedi sotto), anche se le fondamenta del progetto RAM vanno a intersecarsi con gli esperimenti per tentare di curare il morbo di Parkinson andando a stimolare il cervello con attività elettrica direttamente in aree precise. Interessante, così come la tecnologia che prende spunto da Avatar. Già perché il colossal di Cameron non è solo un film di fantascienza dall’incasso miliardario, ma sarà ricordato per aver dato ispirazione a diversi progetti scientifici. Come quello franco-israeliano che ha permesso allo studente universitario Tirosh Shapira della Bar-Ilan University in Israele di controllare un robot situato a oltre 3000 chilometri circa di distanza, solamente con il proprio pensiero. Tirosh era infatti sdraiato all’interno di una macchina fMRI (per la risonanza magnetica funzionale) che riusciva a tradurre il flusso sanguigno del proprio cervello (della zona dedicata ai movimenti) in informazioni per il robottino in terra di Francia. Tirosh pensava di muoversi in avanti e l’automa si muoveva in avanti, se pensava di andare indietro, il piccolo robot eseguiva i pensieri. Un perfetto specchio dell’attività cerebrale specifica che apre scenari suggestivi. Non è il primo progetto simil-Avatar che abbiamo potuto raccontarvi.

Lo scorso febbraio 2012 era infatti giunta testimonianza di un progetto oltreoceano. L’esercito americano potrebbe presto infatti contare su una tecnologia particolare che permetterà ai soldati di collegarsi a unità robotiche controllandole come un surrogato, in modo mentale. Vi ricorda qualcosa? Sostituite gli automi con alieni alti tre metri e mezzo con pelle bluastra striata e avrete la trama del colossal Avatar, il film record di incassi. Il Pentagono sta pensando seriamente a questa possibilità, che per altro richiederebbe un budget abbastanza ristretto, “soli” 7 milioni di dollari, contro i 235 milioni che la produzione del film di James Cameron ha sborsato (ricavandone otto volte tanto).

Solitamente le tecnologie dei film di fantascienza si basano su progetti e idee già in giro, ma come vi abbiamo raccontato con Star Trek, spesso il percorso si inverte e la realtà prende spunto dalla finzione. E’ il caso anche del progetto della divisione Darpa – Defense Advanced Research Projects Agency ossia agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa – che si occupa dello studio e la realizzazione di innovative tecnologie a scopo militare e che ha iniziato a analizzare la fattibilità del “progetto Avatar”.

Nel film, gli avatar sono unità biologiche, veri e propri organismi ibridi ottenuti miscelando il DNA umano con quello dei Na’vi (ossia gli abitanti di Pandora, dove il film è ambientato), che si possono collegare all’uomo. Avviene un trasferimento della “coscienza” e l’essere umano prende letteralmente il controllo del Na’vi mentre il proprio corpo originale rimane in una sorta i capsula in uno stato semi-comatoso. Ovviamente la tecnologia della DARPA sarebbe meno fantascientifica e più pratica.
 

 

Qui più che un trasferimento di coscienza si parla di “un’interfaccia e algoritmi che permettono ai soldati di associarsi a macchine meccaniche semi-automatiche che ne diventano surrogati“. In buona sostanza si tratta di un collegamento “mentale” con un controllo a distanza molto più profondo e elaborato rispetto, ad esempio, a quello che permette la gestione da remoto di apparecchiature tecnologiche militari come i droni volanti. Il soldato umano non cadrebbe in uno pseudo-coma ma si interfaccerebbe con il robot in un modo ancora tutto da spiegare. E da sviluppare.

I robot in questione sarebbero impiegati in operazioni più che altro di controllo e di esplorazione o di salvataggio più che in veri e propri combattimenti. Il budget di 7 milioni di dollari preventivato rende il progetto ancora più probabile (ma non per questo con esiti positivi) dato che gli USA hanno appena stanziato un finanziamento complessivo di ben 2.8 miliardi di dollari per il settore militare hitech. Si spera di non incorrere in un nuovo clamoroso flop come il rivoluzionario jet supersonico sempre della DARPA, che però si è esibito troppe volte in tuffi nell’oceano non desiderati.

Quali scenari aprono queste tecnologie simil Avatar? La più suggestiva è quella di un controllo preciso e specifico di surrogati a distanza ad esempio per lavori pericolosi o missioni scientifiche estreme, ma potrebbe tornare utile anche in campo medico.
Diego Barbera

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