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Lavoro e intelligenza artificiale: il nuovo studio che ridimensiona l’allarme occupazione

Da quando l’intelligenza artificiale generativa è entrata nel dibattito pubblico, una delle domande più ricorrenti riguarda il futuro dell’occupazione

Molti osservatori hanno ipotizzato scenari drastici, con professioni tradizionalmente considerate sicure — come quelle legali, finanziarie o tecnologiche — destinate a essere automatizzate nel giro di pochi anni.

Lavoro e intelligenza artificiale: il nuovo studio che ridimensiona l’allarme occupazione – TecnoCino.it

A distanza di tempo, però, le evidenze disponibili suggeriscono un quadro più complesso. Un nuovo studio pubblicato da Anthropic, azienda impegnata nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, ha analizzato milioni di dati legati all’uso reale di questi strumenti nel lavoro quotidiano. I risultati mostrano che, almeno per ora, l’impatto dell’IA sul mercato del lavoro è molto più limitato di quanto si temesse.

Cosa emerge dalla ricerca sull’impatto dell’IA nel mondo del lavoro

La ricerca, firmata dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory, si distingue per il metodo utilizzato. Invece di stimare quali attività potrebbero essere automatizzate in teoria, gli studiosi hanno cercato di capire quanto l’intelligenza artificiale venga davvero utilizzata nelle attività professionali.

Per farlo hanno sviluppato una metrica chiamata Observed Exposure, ovvero esposizione osservata. Questo indicatore misura in modo concreto la presenza dell’IA nelle attività lavorative, analizzando milioni di interazioni professionali con il sistema Claude, il modello sviluppato da Anthropic. Il primo risultato è significativo: la distanza tra il potenziale dell’intelligenza artificiale e il suo utilizzo reale è ancora molto ampia. Molte mansioni che, secondo studi teorici, potrebbero essere automatizzate vengono in realtà svolte ancora quasi interamente da esseri umani.

Ad esempio, in ambiti come l’informatica o l’analisi dei dati, la tecnologia sarebbe potenzialmente in grado di supportare una grande parte delle attività. Nei dati reali, però, l’impiego dell’IA riguarda solo una porzione limitata delle mansioni quotidiane. Questo suggerisce che la diffusione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi sia ancora nelle prime fasi. Come accaduto con altre innovazioni tecnologiche, l’adozione richiede tempo, adattamenti organizzativi e cambiamenti nelle abitudini professionali.

Lo studio individua comunque alcuni ambiti in cui la presenza dell’IA è già più evidente. Tra i lavori più esposti figurano programmatori, addetti al servizio clienti, analisti di marketing, analisti finanziari e operatori dell’inserimento dati. Al contrario, molte professioni restano per ora lontane dall’automazione. Circa un terzo dei lavoratori svolge attività che l’intelligenza artificiale fatica ancora a sostituire, soprattutto quando richiedono manualità, presenza fisica o interazione diretta con le persone.

Un altro dato interessante riguarda il profilo dei lavoratori più coinvolti da questa trasformazione. Contrariamente a quanto spesso si pensa, le professioni più esposte all’IA sono spesso quelle con livelli di istruzione più elevati e retribuzioni più alte.

La ricerca evidenzia anche una maggiore presenza femminile in questi settori. Questo fenomeno riflette la distribuzione storica del lavoro in ambiti come amministrazione, gestione delle informazioni e supporto organizzativo, attività in cui l’IA è particolarmente efficace. Nonostante queste dinamiche, l’analisi dei dati occupazionali non mostra effetti significativi sulla disoccupazione. I settori più esposti all’intelligenza artificiale non registrano aumenti evidenti dei tassi di perdita del lavoro rispetto a quelli meno coinvolti dalla tecnologia.

Esiste però un elemento che merita attenzione. Analizzando il mercato del lavoro per fasce d’età, i ricercatori hanno individuato alcuni segnali di rallentamento nelle nuove assunzioni dei lavoratori più giovani, soprattutto nelle professioni più automatizzabili. Secondo gli autori dello studio, questo potrebbe essere legato al fatto che molte aziende stanno iniziando a utilizzare l’IA per svolgere attività di base che in passato venivano affidate ai neoassunti. Compiti come preparare documenti preliminari, elaborare dati o scrivere bozze di report possono oggi essere gestiti da sistemi automatizzati.

Il risultato è che i lavoratori con maggiore esperienza restano difficili da sostituire, mentre l’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani potrebbe diventare più complesso. Nel complesso, la ricerca suggerisce che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non si sta traducendo in una perdita immediata di posti di lavoro. Piuttosto, il cambiamento potrebbe manifestarsi in modo più graduale, modificando le competenze richieste e il modo in cui si costruiscono le carriere professionali.

Per questo motivo, concludono gli autori, sarà fondamentale monitorare nel tempo l’evoluzione dell’adozione dell’IA e investire in formazione, aggiornamento professionale e politiche del lavoro capaci di accompagnare la trasformazione tecnologica.

Marta Zelioli

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