Wi-Fi libero? L’Italia torna a mettere catene

Il wi-fi libero in Italia, dopo aver compiuto un passo avanti, ne fa quattro indietro. Con l’eliminazione dell’obbligo di richiedere i dati personali degli avventori che si agganciano alla rete messa a disposizione da un qualsiasi locale/attività pubblica, sembrava che finalmente si fosse giunti al livello degli altri paesi, invece è arrivato il secco dietrofront. Che ha peggiorato pure la situazione: il nuovo emendamento approvato in Commissione alla Camera mette nuove e spesse catene. Viene infatti introdotto l’obbligo di tracciare il collegamento dell’utente attraverso strumenti non solo complessi, ma anche costosi. La prima critica arriva significativamente dal Garante per la Privacy, Antonello Soru, che considera esagerato e problematico l’obbligo di monitorare attraverso l’indirizzo fisico l’utente. Dopo il salto riviviamo tutta la vicenda.

Wi-Fi Libero: l’eliminazione della richiesta dei dati personali

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Forse ci siamo: il Wi-Fi libero sembra pronto a decollare e a diffondersi capillarmente dopo che la Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) ha confermato che i gestori di locali potranno offrire gratuitamente la connessione senza fili senza aver l’obbligo di legge di richiedere i dati personali agli avventori. È vero, già ora avviene, anche se non era propriamente in linea con l’ordinamento, mentre da oggi il Garante della Privacy ha eliminato quest’obbligo che esisteva praticamente solo in Italia. La richiesta dei dati personali era obbligatoria per i gestori anche perché questi ultimi avevano responsabilità sui siti e sulle attività online operate dai fruitori della rete, dunque avrebbero dovuto garantire pieno accesso alle informazioni in caso di eventuali violazioni.
 
Internet Wi-Fi libero è in una situazione disastrosa in Italia, ecco quanto emergeva dal report del 2011 consegnato da Enter, operatore di telecomunicazioni del gruppo Y2L che non ha fatto altro che dare un numero preciso a ciò che tutti conoscevamo, ahinoi, da tempo. Tecnologicamente parlando siamo un paese del terzo mondo e il numero di hot-spot pubblici in Italia, 5097, è addirittura più basso che quello della Turchia di 2000 unità e di 1300 in meno di Taiwan, che sarà anche uno dei paesi più hi tech al mondo, ma con una superficie decisamente piccola… Nessuna novità dal report, se siete un po’ autolesionisti allora proseguite dopo il salto per leggere tutti i dati.
 
Il digital divide in Italia è una profonda cicatrice che squarcia e separa i grandi centri urbani dalle campagne, si sta rimarginando a una velocità esigua rispetto alla media mondiale. Con il decadimento del decreto Pisanu qualcosa si è mosso, ma c’è da recuperare tanto terreno. In Italia dunque possiamo contare attualmente su 5097 hot-spot pubblici, con la Lombardia in testa alle classifiche a 26%, Lazio a 13,1%, Emilia-Romagna a 10,1%, Toscana a 8,6% e Veneto a 7,1%.
 
Considerando il rapporto tra abitanti/hot spot vince il Trentino Alto Adige con un impianto ogni 6.387 abitanti. In coda Basilicata a 1 ogni 46.000 abitanti, male anche il Piemonte a 1 ogni 18600 abitanti. Il confronto con le altre nazioni è terrificante, basti dire che in UK ossia il Regno Unito possiamo trovare ben 113.000 hotspot, in Turchia oltre 7000 e a Taiwan 6500, nel ranking mondiale il “Bel Paese” è solo 14esimo. Qualche progetto è partito, tuttavia riguarda prettamente i grandi centri, le campagne rimangono isolate.

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