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Perché Facebook spende 19 miliardi per WhatsApp? I 5 motivi

Facebook ha comprato WhatsApp per 19 miliardi di dollari (12 in azioni Facebook, 4 cash – cash! – e 3 in azioni privilegiate), ma la domanda di fondo è: perché spendere questa somma allucinante per un’applicazione quasi gratuita, senza pubblicità al proprio interno? Forse Mark Zuckerberg, avvicinandosi ai 30 anni, inizia a sentirsi vecchio e ha dato di matto? Non proprio: la maggior parte degli analisti indica come spiegazione quella del valore praticamente inestimabile dei dati di 450 milioni di iscritti a un servizio utilizzato in tutto il mondo. Ed è vero: “big data“, signori, si parla di un patrimonio notevole in contatti reali, ognuno dei quali è certificato dal numero di telefono che ha registrato, che vanno a intersecarsi con tutto il resto delle informazioni che la gente “regala” su Facebook volontariamente (o no). Ma c’è molto di più, scopriamo gli altri cinque motivi.

Perché raggiungerà il miliardo di utenti più velocemente di Facebook stessa

Mark Zuckerberg se ne intende di tabelle e di indici di crescita si è certo accorto che la crescita di WhatsApp è qualcosa di spaventoso e mai visto prima: nessun altro colosso del web si è impennato così come WA, che conta su 450 milioni di utenti dei quali il 70 per cento attivo giornalmente (pazzesco) aumentando il proprio esercito di un ulteriore milione al giorno e con una condivisione di circa 600 milioni di foto al giorno. Unendo in qualche modo WhatsApp con Facebook o anche solo mettendo mano a questo ben di Dio, Zuck gongolerà per i prossimi dieci anni. In più, secondo le stime, si arriverà al miliardo di iscritti a grandissima velocità, molto più di quanto ci ha impiegato il social network dei record. E non si può neanche installare sul PC tanto facilmente (ma si può avere WhatsApp su PC così).

Perché non è gratis e perché ha un grande successo nei paesi emergenti

In realtà WhatsApp non è gratis visto che costa 99 centesimi all’anno di abbonamento (o qualcosa meno se si compra un pacchetto per più anni da pagare in una volta). Già solo contando 450 milioni di iscritti attuali (e non il miliardo del futuro prossimissimo) sono circa 450 milioni che entrano ogni anno, mica male. Se negli USA WhatsApp non è certo utilizzatissimo, se in Cina spopola WeChat e in Giappone Line o in Corea del Sud tutti hanno KakaoTalk, in tanti paesi emergenti è il software più utilizzato, tanto da essere pre-caricato anche sui featurephone ossia sui cellulari economici. Come in India, il subcontinente indiano, con un bacino d’utenza potenziale da mettere i brividi.

Per accalappiare un pubblico giovane

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Dagli ultimi dati è emerso che i giovanissimi non amano particolarmente Facebook, che è più prerogativa della fascia media dai 25 anni in su. Al contrario, WhatsApp è utilizzatissimo tra gli adolescenti, la generazione Ask.fm per intenderci, e dunque Zuckerberg ha individuato il giusto ponte per sbarcare in un’isola florida, ma circondata da mari tempestosi.

Perché Facebook Messenger non ha spaccato

Anche se Zuckerberg ha affermato che l’applicazione istantanea Facebook Messenger continuerà a esistere in quanto più vicina al concetto di email che di messaggio instantaneo, è più che chiaro che il buon Mark abbia attuato la strategia del “Se non riesco a batterti allora ti compro“. E dire che ce l’aveva messa tutta: è gratis, permette di fare tutto ciò che si può fare con WhatsApp se non di più, ma non ha mai “spaccato”. Da qui l’acquisto, uno dei motivi.

Per la “missione” Internet.org

Come tutti i milionari, Bill Gates in testa, anche Zuck è un filantropo. Non ci è dato e non ci interessa sapere se per reale volontà o per etichetta, fatto sta che il co-fondatore di Facebook ha affermato che comprare WhatsApp aiuterà il suo progetto Internet.org che intende portare l’accesso a Internet a due terzi del mondo non ancora connessi. E visto che WhatsApp – come vi abbiamo già spiegato – è molto popolare soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sarà una chiave fondamentale per entrarvici.

A proposito di WhatsApp, cercate alternative? Eccole.

Diego Barbera

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