Facebook e privacy: l’impossibile (e ultimo) referendum

Facebook e privacy: l’impossibile (e ultimo) referendum

Facebook e privacy: l'attuale voto potrebbe essere l'ultimo perché il social network chiede una partecipazione di almeno 300 milioni di utenti, richiesta impossibile da soddisfare

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    Facebook e privacy: l’impossibile (e ultimo) referendum

    L’attuale referendum sulla privacy di Facebook potrebbe essere anche l’ultimo, anzi il condizionale pur essendo d’obbligo si può anche levare visto che ci sono possibilità praticamente nulle di vederlo attuare. Del miliardo di persone iscritte a Facebook quante sono a conoscenza di questo voto e a cosa serve? Ve lo diciamo noi: è un voto sul voto nel senso che se almeno il 30% della community non voterà contro, si aboliranno questi sondaggi di votazione popolare sulle modifiche della policy in merito alla privacy e sullo Statement of Rights and Responsibilities (SRR). Nello specifico, la società non interpellerà più gli iscritti, ma modificherà direttamente la sua governance, informando poi gli utenti. Se almeno 300 milioni di iscritti non voteranno, Facebook potrebbe ad esempio condividere informazioni personali con siti terzi come Instagram.

    Una previsione facile facile? Il referendum cadrà nel vuoto e Facebook perderà questa funzione di voto popolare che gli rendeva onore, ma d’altra parte agli utenti non interessa nulla di queste faccende, pur riguardandoli da vicino. Lo scorso giugno era scaduto il termine valido per la votazione del referendum sulla privacy di Facebook e la notizia non era infatti tanto quella del risultato quanto quella della percentuale di utenti votanti. Si parlava tanto di quorum e di importanza di esprimere la propria opinione e il risultato è stato un ridicolo 0,038% ossia una percentuale talmente bassa che era impossibile prevedere un flop del genere. Quali sono i motivi di questo fallimento? Sono principalmente due: il primo è la scarsa informazione sul referendum stesso – noi ve lo abbiamo spiegato, vedi sotto tutti i dettagli – oltre che una presenza nulla all’interno di Facebook stesso; era nascosto e per nulla segnalato da box in evidenza o altro: certo, a Facebook interessava che non si raggiungesse il quorum (vedi sempre sotto il perché). Il secondo motivo è sicuramente quello della pigrizia sul web che è un male decisamente contagioso.

    Quanti di voi erano a conoscenza delle norme che regolano la privacy su Facebook? Ma soprattutto, quanti sapevano che era in corso una votazione dallo scorso 1 giugno, che è scaduta l’8 giugno e che coinvolgeva tutti gli iscritti al portale sociale da oltre un miliardo di utenti? Ebbene, c’era una pagina un po’ nascosta in cui è possibile apporre la propria preferenza in merito alle regolazioni future proposte. In realtà si poteva esprimere un consenso verso una dichiarazione dei diritti e delle responsabilità (DDR), quella attuale, e una a tutto vantaggio del sito stesso. In sostanza, cosa chiedeva Mark Zuckerberg? Se rimanere come siamo ora – DDR attuale (26 aprile 2011) e Normativa sull’utilizzo dei dati attuale (23 settembre 2011) – oppure avallare la DDR proposta (20 aprile 2012) e la normativa sull’utilizzo dei dati proposta (11 maggio 2012), che di fatto regalerebbe tutto il database dei propri dati personali all’esterno della piattaforma. Ecco perché consigliavamo di opporsi.

    La formula era chiara: se avessero votato più del 30% degli iscritti allora Facebook si sarebbe inchinata al volere popolare, altrimenti il referendum avrebbe avuto valore “consultativo” ossia sarebbe stato tenuto in considerazione ma non sarebbe stato vincolante. E’ possibile leggere tutta la documentazione sulla pagina dedicata al voto (eccola), si tratta di una serie di documenti spiegati decisamente bene e in modo approfondito, che richiedono però almeno un’oretta per una lettura rigorosa. Riassumendo in poche parole, cosa veniva proposto?

    La proposta di nuova DDR verteva su diverse sezioni, sulle nuove impostazioni delle pagine (e relativa visualizzazione, insomma sulla Timeline) e sugli strumenti per gli amministratori con una serie di tecnicismi forse un po’ ostici da digerire: è ben chiaro invece il senso che trapela sotto il profilo della privacy e dei dati personali ed è proprio per questo motivo che non si sarebbe dovuto dare il consenso al cambio. Traducendo documenti da centinaia di righe in una frase si potrebbe dire che “Facebook chiede il permesso di vendere le informazioni personali degli utenti, qualcosa che non gli appartiene, insomma“. Volete che le vostre informazioni possano essere utilizzate a scopo commerciale (molto più di come avviene ora)? Allora approvate il cambio, altrimenti no.

    Era una decisione importante forse più per Facebook che per gli utenti ed è per questo motivo che il referendum è stato tenuto sapientemente un po’ nascosto e fumoso, appesantito da pagine e pagine di spiegazioni che gli utenti sicuramente non avrebbero letto. Il quorum non è stato raggiunto. E così il sondaggio avrà valore consultativo e non “legislativo” e Mark Zuckerberg si sarà parato il didietro per eventuali cause o problemi legali in futuro. Insomma, è troppo tardi per lamentarsi e rivendicare la riservatezza dei dati personali. Ma un rimedio secondario e definitivo c’è: ragionare su ciò che si condivide, nessuno obbliga a pubblicare nulla, sta tutto a noi.

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